Primo report di viaggio di Andrea Aromatisi e Daniela Scaccabarozzi che ci raccontano la loro esperienza di ricerca in Perù.

Per alcune settimane Andrea Aromatisi, educatore ambientale e scrittore, e Daniela Scaccabarozzi, biologa-ecologa che sta attualmente completando un Phd di ricerca su Orchidee native e strategie di impollinazione ( con il coinvolgimento di api native australiane, ci racconteranno la loro ricerca durata 8 mesi (da marzo 2014 a gennaio 2015), svolta in Perù, relativa allo studio di terreni adibiti alla coltivazione di cacao, con l’obiettivo di misurare la presenza di cadmio presente in questi terreni e verificarne la compatibilità agronomica secondo i valori di riferimento agli standard europei.

Il primo report di viaggio che ci portano, parla di una comunità nativa che vive nella foresta amazzonica e che protegge le orchidee.

I custodi delle orchidee

di Andrea Aromatisi con la collaborazione di Daniela Scaccabarozzi

Il primo step di studio legato al nuovo progetto sulla vaniglia al quale stiamo lavorando è stato approvato. E’ per noi un grande traguardo e siamo proprio entusiasti. Questo lavoro ci spinge a raggiungere due regioni distinte del Perù, nel bel mezzo della foresta amazzonica. Infatti il clima ideale per l’orchidea aromatica è tropicale e l’ambiente che richiede è rigorosamente un bosco caldo e umido. Ci aspettano Puerto Maldonado nella regione di Madre de Dios e San Ramon nella regione di Junin dove la foresta incontra le Ande e genera un ambiente tutto particolare denominato dai Peruviani Selva Alta, la foresta tropicale sospesa tra alte cime e cappelli nebbiosi. Proprio qui la responsabile della ONG per la quale stiamo lavorando ci porta a visitare un possibile sito di coltivazione della vaniglia.

La vaniglia comprende un intero genere di orchidee che cresce ai tropici in foresta, la cui singolarità è di avere radici che affondano sia nella terra sia nella corteccia di altri fusti arborei: questo fatto raro all’interno della famiglia delle orchidee le fa guadagnare la caratteristica di pianta-liana. I fiori, come spesso accade tra le specie di orchidee, regalano un effluvio di bellezza e sensualità.

Ammaliante orchidea della selva peruviana

Comunità nativa

La nostra guida ci accenna che presto faremo visita ad una comunità nativa non lontano da San Ramon. Arrivati sul luogo ad accoglierci c’è il responsabile della comunità Sauriaki, il signor Josè, il quale con grande piacere ci mostra il villaggio. Appena dietro le capanne di legno troviamo una serra dove al suo interno sono custodite centinaia di orchidee. La vista è meravigliosa e si percepisce la grande cura che si cela dietro a questo giardino fiorito.

Josè ci spiega che questo vivaio è la realizzazione di un sogno da tempo. E così Josè inizia a raccontarci: «Dovete sapere che qui nella regione di Junin negli ultimi anni c’è stata molta deforestazione e molte specie di orchidee sono andate ad estinguersi. Noi vogliamo preservare le specie che sono ancora presenti e ripiantarle nella foresta per rinforzare le loro popolazioni».

Allora incuriosito gli chiedo: «Ma le piante in questo vivaio vengono anche vendute al pubblico?».

Non vogliamo vendere le orchidee

Lui afferra un’orchidea e me la pone tra le mani dicendomi: «Questo è un regalo che ti faccio! Noi non vogliamo vendere le orchidee. Desideriamo tenere vivo il mondo di cui siam parte e preservarne la bellezza. La Madre Terra ce lo chiede e noi rispondiamo con gratitudine a questa sua richiesta».

Rimango ammutolito, senza pronunciare alcuna parola. Il suo dire mi lascia nel silenzio ad ascoltare la voce della saggezza.

Capanne nella comunità nativa Sauriaki

«Ora siamo lieti di offrivi il pranzo, prego seguiteci!»- continua Josè. Così ci accompagna sotto un porticato di legno all’esterno di una capanna per condividere con noi un piatto di riso, yuka, uova e banane fritte, il tutto accompagnato da un bicchiere di masato (tipica bevanda della selva ricavata dalla fermentazione della yuka, una patata originaria di questa zona). Finito di pranzare Josè ci invita a seguirlo nella selva: «Ho una sorpresa da mostrarvi».

Così ci incamminiamo nel bosco umido, muniti di stivali, appena dietro le capanne del villaggio. I suoni della jungla iniziano ad intensificarsi, il sentiero a salire e la vegetazione ad infittirsi. La bimba che ci accompagna nel tragitto ci spiega che stiamo salendo al monte dove potremo vedere tanti fiori colorati. Non vediamo l’ora! La strada inizia a spianare e si allarga dolcemente. Interviene Josè: «Vedete, su queste piante noi installiamo le orchidee che coltiviamo nel vivaio nel villaggio e abbiamo allestito il giardino naturale in cui ci troviamo. C’è un grande bisogno di ritornare a vedere le orchidee tra noi. Tutta l’umanità e la Madre Terra necessitano di questa cura».

Bimba nativa della comunità Sauriaki.

La maggior parte della orchidee sono epifite

La maggior parte della orchidee sono epifite, ovvero crescono ponendo le proprie radici sulla corteccia di altre piante ad alto fusto. Ogni pianta di questo lungo viale ospita svariate orchidee. Ci sentiamo coccolati da un tripudio di forme e colori dove diversi insetti, tra cui farfalle magnifiche, tracciano il loro aggraziato volo.

Siamo incantati dall’incontrare tanta bellezza discendere dalle piante, quasi ad inchinarsi a noi. Josè ci mostra ogni pianta, ogni bocciolo e fiore d’orchidea abbarbicato su secolari Secropie ed altre altissime piante. I suoi orgogliosi occhi ci parlano di un semplice gesto che ha reso partecipe tutta la sua comunità, semplice ma di un grandissimo significato. Dietro a questo gesto c’è un ardente impegno alla cura, alla dedizione della naturalezza, umana e di tutte le sue infinite forme d’essere. Un gesto che sembra non avere altri fini se non quello scopo più bello per cui siamo al mondo.

Veduta panoramica della selva alta tra le nubi tipiche della stagione della pioggie.

Non perdetevi il prossimo reportage che uscirà la settimana prossima.◊

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2 Commenti

    • Ciao Federico. Si, Sono luoghi speciali questi dove non si e’ dimenticato il significato profondo nel Noi. Le popolazioni indigene sanno bene tutto questo, nonostante vivono spesso relegate in zone confinate oppure in luoghi poco accessibili non hanno dimenticato che tutto e’ unito da legami invisibili. (Le cose sono unite da legami invisibili, non puoi cogliere un fiore senza turbare una stella- Galileo Galilei) Come principio fondamentale che tiene unite le loro comunita’ c’e’ il rispetto che e’ il legante di ogni relazione. E’ un rispetto che unisce e si rivolge non solo in direzione delle persone ma verso tutta la natura. Per tutti i popoli nativi la Madre Terra e’ viva e non appartiene a noi esseri umani, noi siamo solo dei passeggeri. Siamo noi che le apparteniamo. Anche per questo bisogna prendersene cura. Cura intesa come manifestazione attiva dell’atto di amare. Questa consapevolezza ha bisogno di emergere e di diventare patrimonio delle nostre societa’ occidentali. Ne abbiamo un grande bisogno. Un abbraccio Andrea

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