Sesto report di viaggio di Andrea Aromatisi e Daniela Scaccabarozzi che ci raccontano la loro esperienza di ricerca in Perù.

In questo sesto e penultimo report di viaggio Andrea Aromatisi e Daniela Scaccabarozzi, ci raccontano le miniere illegali d’oro.

Se vi siete persi i precedenti report questi sono i link:

  1. I custodi delle orchidee
  2. Attività mineraria sulle Ande peruviane nella regione di Junin
  3. Jauja, la scuola di Fiorina e il diritto all’acqua
  4. Le antiche radici del cacao amazzone
  5. Lo scioglimento dei ghiacci e l’inafferrabile linea di regresso

Le miniere d’oro illegali sulle sponde del Rio Santiago nella regione di Amazonas

di Andrea Aromatisi

Il progetto sul cacao che stiamo seguendo qui in Perù ci porta a viaggiare in diverse regioni della selva. Stiamo lavorando sulla sicurezza del cacao peruviano e la prima fase del lavoro consiste nell’analizzare dei campioni di suolo prelevati nelle piantagioni. Stiamo cercando di capire come mai il Cadmio (un metallo pesante dannoso per la salute) si accumula nella pianta. Per investigare questo aspetto stiamo viaggiando in lungo ed in largo nella giungla tra le coltivazioni di cacao. La cosa bella di questo lavoro è appunto questo, muoversi nei profondi meandri dell’Amazzonia osservando ed esplorando le più remote zone della foresta. Ci sentiamo dei privilegiati a vivere questa avventura ed essere accompagnati da persone del luogo sempre molto accoglienti e premurose nei nostri confronti. Questo viaggio di lavoro ci ha portato nella regione di Madre de Dios, San Martin, Ucayali ed Amazonas. Il Perù ci sta aprendo le porte dell’ ospitalità. Ora infatti ci troviamo a Bagua, nella regione di Amazonas.  Stiamo navigando su un peke peke, la tipica barchetta scavata in un tronco d’albero utilizzata dai nativi della foresta per muoversi sul fiume.

Viaggio in peke peke sul Rio Santiago.

Rio Santiago

Siamo sul Rio Santiago in compagnia di Aurelio, un ragazzo nativo di questa zona che ci accompagnerà per tutta la giornata. Dopo circa 30 minuti di navigazione arriviamo nella proprietà della signora Isabel Anuananchi. Una piantagione di cacao immersa nella foresta, si apre come un varco dopo aver attraversato l’impenetrabile fitta maglia della giungla, raggiungibile solo via fiume. Il caldo e l’umidità credo tocchino picchi del 95-97% e la calura sale da ogni poro della pelle, inevitabile il bagno di sudore. Mi sento grondare come una fontana a pieno getto e a tutto raggio. Quando la barchetta si ferma sul lato destro del fiume, inforchiamo una traccia che per l’imminente stagione delle piogge è un susseguirsi di fango e pozze d’acqua. Ci infiltriamo passo dopo passo nella densa coltre di liane e altre piante rampicanti, mentre Aurelio davanti a noi con il machete ci apre il passaggio, facilitando l’accesso. Camminiamo per circa 30 minuti circondati da flora di ogni tipo ed insetti meravigliosi che si palesano lungo il tragitto. Ad un certo punto avvistiamo una capanna costruita con foglie e rami di banano.

Siamo arrivati!

Siamo arrivati! Si intravede la vasta coltivazione di piante di cacao e la famiglia di coltivatori che già ci aspetta con un gran sorriso. Preleviamo i campioni di suolo che ci servono per la missione, sotto un sole battente e l’aria rovente satura di umidità. Oramai mi sono abituato e non ci faccio più caso! La signora coltivatrice di questa parcella, una volta terminato il prelievo, ci riaccompagna alla capanna e va a prendere una bottiglia, versando in una ciotola di legno un succo di colore giallo paglierino. Ci dice: “questa è una tipica bevanda della selva, si chiama Masato e sono lieta di offrirvela come segno di riconoscenza. E’ un fermentato di yuka (una tipica patata della selva peruviana) e si beve molto di frequente per allontanare un po’ la sensazione di calura”.

Siamo onorati di ricevere quest’invito e allietati di bagnare finalmente la bocca, niente male come bevanda dissetante!  Finito di sorseggiare il fermentato la signora si reca nella capanna e ritorna verso di noi con una scatola di legno. La apre ed all’interno ci sono due grossi bruchi bianchi giallognoli. Ci dice:” Questi sono bruchi della palma e per noi sono un cibo prelibato, ricco di proteine. Se avete un po’ di tempo mi piacerebbe molto poterveli cucinare alla brace”. Il nostro accompagnatore, il signor Aurelio ci fa intendere che è meglio proseguire la marcia, purtroppo rifiutando l’offerta, perché ci aspettano ancora molti siti da campionare e la notte sta già correndo velocemente verso di noi.  Ci dispiace molto dire di no alla gentile signora, un’occasione così chissà quando ci potrà ricapitare, dall’altra parte non so come il nostro palato avrebbe reagito difronte a quei vermi paffuti e smisurati! Un po’ di scetticismo confessiamo che l’abbiamo avuto.

Il tempo in questi luoghi ti culla

Il tempo in questi luoghi ti culla fino alla fine della giornata e non ti accorgi del suo scorrere, un po’ come essere nel letto di un fiume a bordo di una barca e percorri una grande distanza senza nemmeno rendertene conto. Salutiamo gli amici nativi con un grande abbraccio e ci dirigiamo verso il prossimo sito da campionare. Ci rimettiamo a bordo della barchetta e riprendiamo la scia d’acqua verso la prossima distesa di cacao.

Miniere d’oro illegali

Dopo circa 10 minuti di viaggio sulla riva scorgiamo delle strane montagnette di sabbia che non riusciamo ad identificare. Aurelio ci dice che sono miniere d’oro illegali e che non hanno l’autorizzazione del governo. I cercatori d’oro, spesso abusivi, devastano l’acqua e foreste pluviali. I minatori “informali” per estrarre l’oro utilizzano una sostanza da tempo vietata nel mondo in via di sviluppo: il mercurio. Due cucchiaini di questa sostanza vengono messi in “tamburo”, che centrifuga il materiale sabbioso prelevato dal letto del fiume. Dopo circa tre ore di lavorazione il centrifugato, che assume la consistenza di un’amalgama pastosa, viene scaricata in pozze e lasciata ad asciugare. Da qui verrà selezionato l’oro che si lega al nocivo “metallo pesante”, mentre gli scarti della lavorazione vengono riversati direttamente nel fiume.  I cercatori d’oro sanno bene che il mercurio è pericoloso, ma dicono che della cosa se ne occuperanno quando e se si ammaleranno.

I cumuli di sabbia si ergono con altezze invasive, e il pensiero corre alle conseguenze tossiche che queste azioni devastanti si riversano con un impatto notevole su tutti.

Miniera illegale d’oro sulla riva del Rio Santiago.

Una piaga molto profonda

Questa situazione si propaga a macchia d’olio in varie zone del Perù. In Madre de Dios ad esempio, una regione che si trova a sud-est, al confine con il Brasile, rappresenta una piaga molto profonda. Abbiamo conosciuto persone che sono emigrate dalle Ande per cercare lavoro nelle miniere d’oro lungo i fiumi. In passato ci furono appunto migrazioni di massa dalle zone montuose per la cosiddetta “corsa all’oro”. Le miniere sono molto diffuse in questa zona, anche se ora sono in atto svariati progetti di cooperazione internazionale e sensibilizzazione con lo scopo di far capire alle persone che così facendo distruggono il proprio territorio, si avvelenano e mettono a rischio la loro stessa vita.

Intossicazione sia acuta che cronica

Questo meccanismo di inquinamento può provocare forme di intossicazione sia acuta che cronica. In caso di intossicazione acuta, gli effetti riscontrati sono broncopolmonite, con sintomi neurologici e dell’apparato gastrointestinale. Nella tossicità cronica gli effetti possono comprendere tremori, forme di allucinazioni, danni renali, neurotossicità a livello della corteccia cerebrale (una delle zone del cervello deputata all’attività cognitiva) e del cervelletto (parte impiegata nell’attività motoria), alterazioni dei movimenti, debolezza muscolare, perdita della vista e dell’udito, e la morte. Tutta la vita è in pericolo perché il mercurio si accumula ovunque attraverso l’acqua. Nelle piante, nei frutti, nei pesci, negli animali ci sono tracce di questo metallo pesante.

E’ una situazione terribilmente reale e per parecchi anni è rimasta fuori controllo. Ora ci sono molte autorità che si impegnano nel debellare questa sciagura, ma il tasso di corruzione è ancora alto e tante persone preferiscono continuare alla ricerca del profitto facile e della non curanza dell’ecosistema e di se stessi. E la cosa più paradossale è questo accade qui nel cuore della selva amazzonica, in una delle zone più selvagge e inesplorate della terra.

Un cercatore d’oro che setaccia la sabbia dal letto del fiume.

Sentire la gratitudine nei loro sguardi è la cosa più bella del mondo

Alla sera, dopo una lunga giornata passata a campionare e a reperire il più gran numero di informazioni possibili relative alle coltivazioni, il nostro fedele compagno Aurelio ci accompagna a cercare alloggio per la notte. Ci porta in un piccolo paesino sul fiume ubicato nel mezzo della foresta, a poche centinaia di metri dalle comunità native che abbiamo visitato durante il giorno.

Una volta sistemati in una piccola pensione per viandanti, il nostro amico ci saluta con un grande abbraccio e ci ringrazia per il lavoro che stiamo portando avanti. Anche sua moglie ed i suoi bimbi accorrono a portarci il loro saluto. Ci sentiamo travolti da una forte emozione che ci passa attraverso tutto il corpo.  Un solo momento come questo vale tutto il progetto di lavoro che stiamo portando avanti. Sentire la gratitudine nei loro sguardi è la cosa più bella del mondo. Ora a loro aspettano 3 ore di viaggio sul peke peke navigando sul rio per rincasare nel loro villaggio. Nel frattempo la notte è scesa e nel villaggio manca la luce elettrica, arriverà per 3 ore delle 20.00 alle 23.00, per poi scomparire di nuovo. Per le strade sterrate del paese si viaggia esclusivamente con la torcia elettrica.

“ma ora non si fa più vedere perché si sta estinguendo”

Ci rechiamo nell’unico ristorantino sulla via principale per la cena. Siamo gli unici in sala e come menù ordiniamo del riso accompagnato da uova e banane fritte, un piatto tipico di queste parti. Finito di cenare un ragazzo ci avvicina e incominciamo a parlare bevendo una birra insieme, seduti intorno ad un tavolo. Al gruppo si unisce anche un signore nativo e iniziamo così a raccontagli del nostro progetto

sul cacao e del motivo che ci ha spinti in questo luogo remoto dell’Amazzonia. Lui inizia a narrarci alcune storie del luogo e ci spiega, con un po’ di malinconia nella voce che in questa zona della foresta la temperatura è aumentata molto negli ultimi 10 anni.

E continua dicendoci: “Sapete ragazzi, fino a qualche anno fa qui in questo piccolo paesino arrivavano molti animali selvatici a trovarci ed erano persino abituati ad avvicinarsi alla soglia delle porte delle nostre case. Uno di questi era il tigrillo, il gatto tigre della selva, ma ora non si fa più vedere perché si sta estinguendo.” Ci guardiamo negli occhi in un silenzio pietrificante dopo di che prosegue di nuovo: “Sai bene che l’Amazzonia è il cuore del mondo. E’ l’organo che pompa il sangue nelle vene e ci tiene tutti in vita. Questa tempo fa iniziò ad ammalarsi e ora, se non guarisce e ritorna in salute, difficilmente anche il resto del pianeta si potrà riprendere.”

Aurelio e la sua famiglia sul peke peke.

Non perdetevi il prossimo e ultimo (purtroppo) reportage del Perù, che uscirà la settimana prossima.

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