La storia del Fucino e del cambiamento radicale che l’uomo ha effettuato su di esso, con conseguenze ambientali e sociali presenti ancora adesso.

Un legame indispensabile, ma non indissolubile. Quello che lega l’uomo all’ambiente infatti,è un rapporto imprescindibile, essenziale e necessario, ma non inscindibile.

Sebbene sia notoriamente riconosciuta la capacità della natura di riappropriarsi della sua identità ogni qualvolta ne senta la necessità, e di resistere imperterrita alle rivoluzioni che la riguardano (indipendentemente dal rapporto che la lega al genere umano), la stessa cosa non può dirsi per l’uomo, che invece dipende da quel vincolo essenziale e necessario, dal quale deriva la sua più preziosa priorità: la sopravvivenza.

Molto spesso, però, l’uomo compie lo sbaglio di credere che quel legame, basato sulla fiducia e sulla reciproca influenza, sia pienamente governato da esso stesso, piuttosto che dall’ambiente. La sicurezza, in alcuni casi erroneamente razionale, di possedere l’ambiente naturale e no, conduce l’uomo a credere di avere in pugno la sua sorte e quella dell’ambiente circostante. Quella stessa sicurezza che però viene meno quando la natura si ribella ai soprusi, gridando a voce alta chi comanda e chi invece gioca il semplice ruolo di sottoposto. E quando ciò accade, terra, acqua e fuoco si scagliano contro l’uomo, come per ristabilire l’ordine naturale di una scala gerarchica che mai dovrebbe essere considerata solo superficialmente.

Dunque, sebbene l’uomo possa liberamente e doverosamente plasmare, modificare, adattare alle proprie esigenze l’ambiente circostante, deve essere ben consapevole che non potrà mai possederlo pienamente, e che solo rispettando coscienziosamente il vincolo che ad esso lo lega, potrà beneficiare dei doni che la natura costantemente gli riserva.

Il terzo lago più grande d’Italia

Il territorio fucense rappresenta indubbiamente un nitido esempio di quanto lo stretto rapporto tra l’uomo e il suo ambiente possa creare qualcosa di straordinario. La storia del Fucino infatti, è totalmente impregnata della secolare e scambievole relazione che da sempre lega i marsicani alla propria terra, al cui centro si trova proprio la conca fucense. Il Fucino infatti, sin dai tempi del lago, ha sempre influenzato, nel bene e nel male, le attività umane gravitanti attorno al suo bacino.

Quello del Fucino, che è stato il terzo lago più grande d’Italia, si trovava in un territorio piuttosto isolato, circondato solo da alte montagne. Si estendeva maestoso in una zona che per la verità non offriva grandi opportunità ai marsicani, che vivevano prevalentemente di pastorizia e di pesca. Non di rado il lago esondava provocando distruzione e morte, costringendo dunque gli antichi abitanti a reinventarsi di volta in volta il loro habitat, senza però mai avere l’intenzione di abbandonarlo. Essi inoltre, credevano che all’interno del lago vi dimorasse una divinità, alla quale dovevano la salubrità e la trasparenza di quell’acqua che veniva (tra l’altro) utilizzata anche per dissetarsi.

Progetti di contenimento delle acque

La pericolosità delle esondazioni però indusse, soprattutto in epoca romana, alcuni imperatori, come Cesare prima e Claudio poi, a pensare dei progetti di contenimento delle acque. In particolare, il progetto di Cesare era quello di ridimensionare l’ampiezza del lago, evitando così le catastrofiche inondazioni e permettendo dunque alla popolazione fucense di continuare a beneficiare dello stesso in sicurezza. Per lo stesso motivo Claudio si fece promotore della costruzione dei cunicoli, i quali avevano il compito di far defluire le acque mantenendo stabile il livello del lago. In età medievale la scarsa manutenzione di tali cunicoli, oramai incapaci di continuare a drenare le acque, provocò la ripresa delle esondazioni. Il Fucino tornò a essere il lago chiuso che era in antichità.

Una delle più maestose opere della storia moderna 

Benché dunque, nel corso della storia l’intelligenza umana avesse a più riprese provato a contenere l’intemperanza della natura, promuovendo di fatto interventi vòlti a rafforzare il legame utile alla benefica convivenza con la stessa, il Fucino non sembrava voler rispondere alle necessità umane, tanto che rimase sordo anche ai nuovi tentativi di restauro del cunicolo intrapresi nel corso degli anni da vari personaggi storici, tentativi che però non ebbero mai gli effetti sperati.

La relazione di amore e odio che da secoli legava i marsicani al lago del Fucino, sfociò a malincuore in un conflitto dal quale il lago non uscì vittorioso, bensì costretto ad arrendersi al suo destino. Un principe ottocentesco infatti promise a sé stesso di intraprendere e di portare a compimento una delle più maestose opere della storia moderna: convertire uno dei più grandi laghi d’Italia, in una vasta piana fertile. Nel 1875 la metamorfosi era compiuta. Alessandro Torlonia era riuscito nell’impresa di trasformare il lago nell’asciutta pianura che è oggi quella del Fucino.

In seguito al prosciugamento emersero circa 16.500 ettari di terreno coltivabile. Il volto della Marsica era stato modificato per sempre, così come per sempre era stato modificato il suo ambiente naturale e il suo tessuto sociale. Il clima subì infatti un’importante variazione; nuovi agenti atmosferici, sconosciuti prima, si presentarono prepotenti agli occhi dei marsicani. Flora e fauna ripuarie lasciarono il posto a nuove specie, così come i pescatori fecero largo ai contadini.

Il nuovo territorio, quindi, prese un volto totalmente diverso rispetto a quello che possedeva “naturalmente” quando ancora ospitava il lago, avendo subìto su di sé non solo l’azione dell’uomo, ma anche la conseguente riorganizzazione della natura.

La tirannia di Torlonia  

Si aprì pertanto un nuovo scenario che continuava ad avere alla base ancora quel legame indissolubile tra l’essere umano e il suo habitat naturale. Torlonia infatti avviò una politica di sfruttamento di ogni ettaro di terra emersa ai fini dell’agricoltura.

Da questo momento e per lungo tempo la Marsica fu segnata dalla tirannia di Torlonia, il quale, dopo essersi impossessato di tutta l’estensione di terra emersa, provvide a suddividerla e ad affittarla a ricche famiglie (non autoctone), le quali a loro volta subaffittavano, esercitando lucri notevolissimi, agli (ormai) ex pescatori marsicani. Dunque, anziché produrre il profitto e il benessere sperato (da e per tutti), la bonifica dei terreni andò esclusivamente ad accrescere il potere economico e sociale del principe, potere già egemone grazie agli introiti provenienti dalla banca del Fucino e dallo zuccherificio di Avezzano, entrambi di proprietà dei Torlonia.

I marsicani, già stremati da secoli di fame e povertà, videro pian piano dissolversi, oltre al lago, anche le poche speranze che avevano riposto nel prosciugamento di migliorare le proprie condizioni di vita, che di fatto misere erano state ai tempi del “Fucino lago” e misere rimasero, almeno per i primi e lunghi decenni, nei tempi del “Fucino terra”.

Le genti marsicane iniziarono pian piano a ribellarsi al principe

Stanche della loro sorte però, le genti marsicane iniziarono pian piano a ribellarsi al principe e nel febbraio 1950 indissero il cosiddetto sciopero a rovescio. Parteciparono 2 mila braccianti, 3 mila piccoli affittuari e oltre 12 mila persone che solidarizzano con gli scioperanti.

I marsicani dunque, forti anche della storica fama che li precedeva già ai tempi di Roma antica, riuscirono a rimpossessarsi delle loro terre, cacciando Torlonia. Era il 10 ottobre 1950.

In questa occasione comparve, per la prima volta, una delle feste padronali più salde in tutta la Marsica, ancora oggi tramandata e celebrata: la festa della pupazza. Nella pupazza, vestita come una principessa, i contadini del Fucino avevano simbolicamente riposto tutto il senso della loro lotta. La pupazza incarnava, per i contadini, il simbolo della fine del potere dei Torlonia; ornata infatti di una corona e cinta da una fascia sulla quale si leggeva “proprietà fondiaria di Torlonia“, veniva portata in corteo fino alla piazza e condannata al rogo. Il principe, divenuto pupazzo dei contadini, perse dunque la sua battaglia e con essa la sua supremazia e il suo potere.

Conclusioni

Ancora oggi il Fucino si trova al centro del legame che indissolubilmente lega i marsicani al loro ambiente. Sarebbe auspicabile pertanto riuscire a preservarlo da contaminazioni di ogni tipo, per poter continuare a beneficiare di un salubre rapporto vissuto all’insegna dello scambio reciproco. 

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