Le compagnie petrolifere iniziano ad adottare strategie rinnovabili, ma c’è chi investe meno dell’ 1%. Buona la media europea con investimenti consistenti nel lungo periodo.

♦ Di Mattia Tundo ♦

 Transizione energetica, un’espressione relativamente nuova ma di estrema rilevanza. Per dirla molto semplicemente si intende con transizione energetica il passaggio da fonti non rinnovabili come i combustibili fossili a fonti rinnovabili di energia pulita come quella eolica e solare, il tutto come parte del processo di trasformazione dell’economia energetica attuale in una più sostenibile.

Come è ovvio il mercato si adatta alle nuove situazioni, motivo per il quale azionisti sempre più ansiosi hanno fatto pressione affinché mostri sacri dell’industria petrolifera come BP, Total e Shell iniziassero ad adottare strategie rinnovabili. Una bella notizia apparentemente, se non fosse che il capitale speso per quest’ultime ammonta….all’1%.

Fonti verdi al verde

Secondo la lista delle 24 principali major petrolifere stilata da CDP (società di ricerca in ambito climatico) gli investimenti in fonti verdi e decarbonizzazione ammontano mediamente all’1,3% del conto capitale spese, soldi destinati alla cattura e stoccaggio del carbonio (i grandi impianti di combustione producono enormi quantità di anidride carbonica che deve essere confinata geologicamente) e ad altre fonti rinnovabili.

Quello dell’1,3% fortunatamente è un valore medio, come detto. Una prima differenza sostanziale va individuata tra la politica di investimento europea e quelle americane ed asiatiche: scendendo nel dettaglio europeo regione per regione si arrivano a toccare investimenti del 7% in tecnologie a basse emissioni, una cifra solo apparentemente trascurabile. Prendiamo Shell ad esempio: con la sua spesa annuale di 25-30 miliardi di dollari conta di investire nel verde 1-2 miliardi dollari annui. Ragionando alla lunga sono decisamente bei numeri.

Norvegia in testa con Equinor; USA, Cina e Russia in fondo

Il lodevole primato, stando alla lista di CDP, va alla norvegese Equinor che ha preventivato l’investimento del 20% del proprio capitale in energie rinnovabili entro il 2030. Altra menzione d’onore va a Shell, Total e Repsol per la loro decisione di ridurre l’emissione di carbonio attraverso strategie di contenimento dei gas serra e delle emissioni indirette.

Ci si stupisce (in fondo neanche tanto) di trovare in fondo alla lista VIP come Cina (gruppo CNOOC), Russia (Rosneft) e USA (Marathon Oil), per la loro scarsa partecipazione ad un processo di transizione che, in momenti come quelli che stiamo vivendo, dovrebbe essere della massima priorità. Sembrerebbe necessaria un po’ più di lungimiranza.

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