Vi siete mai chiesti a cosa serve un parco naturale? La maggior parte delle persone crede che abbiano l’unico scopo di proteggere enormi aree verdi. In realtà non è proprio così!

Foto di Giovanni Ares Lo Re

♦ Di Alessio Ferraioli

Vi siete mai chiesti a cosa serve un parco naturale? La maggior parte delle persone crede che abbiano l’unico scopo di proteggere enormi aree verdi.

In realtà non è proprio così!

Oltre che tutelare “vaste distese vegetali”, contribuiscono al benessere dei fiumi e dei laghi presenti al loro interno. Ma non solo! Svolgono un ruolo fondamentale nella salvaguardia della biodiversità, preservano le caratteristiche del paesaggio e sono di fondamentale importanza nel tutelare le tradizioni culturali delle popolazioni locali.

Foto di Luca Bravi

Ma come viene garantito tutto questo?

I biologi conservazionisti hanno adottato un tipo di strategia detta in situ, che prevede la salvaguardia degli habitat e degli ecosistemi all’interno del parco.

Prima di attuare delle adeguate misure di conservazione è necessario studiare la popolazione del parco, in particolar modo l’aspetto riproduttivo e la variabilità genetica delle specie locali. Questo tipo di conservazione prevede anche il monitoraggio dei fattori che influenzano la biodiversità come: la perdita di habitat, l’azione dell’uomo e l’invasione di specie aliene.

Ed ecco che un ruolo importante è dato proprio dall’organizzazione spaziale dei parchi.

I territori limitrofi vengono definiti a protezione speciale, queste zone sono di fondamentale importanza per difendere il parco dall’effetto margine, ovvero dalla possibilità che lungo i confini si manifestino degli effetti negativi danneggiando le specie animali e vegetali nelle zone più interne.

Spesso possiamo trovare delle zone di protezione speciale, come ad esempio riserve naturali. Queste aree naturali protette favoriscono il mantenimento dell’equilibrio ambientale di un luogo, aumentandone o mantenendone la biodiversità.

Ma cos’è questa biodiversità?

È un concetto che molto spesso viene usato impropriamente.

Può essere definita come la ricchezza di vita sulla terra: l’insieme delle piante, degli animali, dei microrganismi e di tutti i geni che essi contengono, quindi tutti i complessi ecosistemi che essi costituiscono.

Un basso livello di biodiversità all’interno di un ecosistema lo rende molto vulnerabile rispetto ad uno a più alta biodiversità, quindi più resiliente, dovuto alla grande quantità di organismi che lo costituiscono.

Ma l’alterazione dell’habitat, le specie invasive, l’inquinamento, l’eccesso di raccolta e i cambiamenti climatici nel corso degli anni potrebbero portare alla scomparsa o ad una repentina diminuzione di una specie, danneggiando l’equilibrio di un ecosistema e creando delle vere e proprie “falle” nelle differenti catene trofiche.

Ed ecco che si sente parlare di reintroduzione, una soluzione che favorisce la reintegrazione della biodiversità.

Ma come avviene tutto ciò?

Prima di tutto vengono effettuati numerosi studi sul territorio da un’equipe costituita da personale specializzato quali zoologi e veterinari.

Una volta eliminati quei fattori che hanno indotto la diminuzione o l’estinzione di una specie, la popolazione del luogo deve essere coinvolta con delle campagne formative così che venga educata ad un corretto approccio con la natura e con la specie da reintrodurre.

Fonte: www.forestbeat.it

Prima di effettuare un rilascio va considerato il rapporto tra i sessi, che varia da specie a specie, e all’età delle nuove popolazioni. Di solito si preferisce l’uso di individui giovani, poiché sono in grado di adattarsi più rapidamente ai nuovi habitat, mentre gli adulti sono preferiti quando si tratta di specie sociali.

Successivamente si sceglie la stagione ed il luogo di rilascio, molto spesso la zona viene circoscritta così che si adatti al nuovo ambiente.

Gli animali tenuti in prigionia o cattività, prima che vengano liberati potrebbero volerci anni, questo perché la riabilitazione richiede molto tempo poiché devono essere istruiti alla caccia. Una volta rilasciati, attraverso il monitoraggio è possibile verificare l’efficacia del progetto quando i figli degli animali reintrodotti iniziano a riprodursi e viene raggiunta e mantenuta una popolazione minima.

Ed ecco spiegata l’importanza di vedere nuovi cuccioli in giro per il parco! Non solo ci fa capire che stiamo svolgendo un ottimo lavoro, ma è anche un indice dello stato di benessere generale!

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