La simbologia tra due periodi storici ed i postumi sociali. Esiste una data specifica che marca un cambiamento storico, un evento che ha caratterizzato l’intera evoluzione umana dal punto di vista sociale, culturale, economico.

Di Carlo Ienna

Secondo gli storici dell’arte e della sociologia occidentale del 20esimo secolo, esiste una data specifica che marca un cambiamento storico, un evento che ha caratterizzato l’intera evoluzione umana dal punto di vista sociale, culturale, economico.

La demolizione del complesso residenziale americano Pruit Igoe di St. Louis nel 1971 è la fine del Modernismo come quel lasso di tempo dalla fine del 1800 alla seconda metà del 1900, con tutti i suoi connotati, dove da lì in poi si ha l’inizio del Postmodernismo con tutte le sue caratteristiche sul pensiero culturale, politico, e sociale.

Postmodernismo

Perché gli storici identificano questo processo di azzeramento urbanistico con la nascita di un movimento così potente come il Postmodernismo? La simbologia della morte e della rinascita come la figura mitologica della Fenice, ci racconta che un essere cessa di esistere con lo scopo di rinascere dalle ceneri del passato per ritrovarsi ex-novo in un altro contesto più avanti nel tempo.

Il Postmodernismo nasce con l’intento di mettere in discussione le pietre miliari e di ribaltare i cannoni socio-culturali anche nel modo radicale e sovversivo; ponendo fine al periodo delle “grandi narrative” come descrisse il filosofo francese Jean-François Lyotard nel suo libro La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere (1979).

Pruitt Igoe, St. Louis USA, durante la sua demolizione per rimediare agli errori del passato. [Wikipedia Commons]

Pruitt Igoe

Il complesso Wendell O. Pruitt Homes and William Igoe Apartments conosciuto come Pruitt Igoe, fu un grande complesso architettonico di case popolari costruito in St Louis nello stato del Missouri, dal progetto originale dell’architetto Minoru Yamasaki il quale progettò anche le Torri Gemelle di New York. Il progetto ebbe inizio negli anni 50 per affrontare gli effetti dell’espansione americana del periodo del Secondo Dopoguerra, dove la disoccupazione post-bellica ed i cambiamenti economici del 20esimo secolo, spinsero il governo di Washington ad adottare un nuovo sistema per arginare gli effetti di una nuova realtà americana.

Con la totale demolizione del complesso Pruitt Igoe si viene ad ammettere indirettamente il fallimento delle politiche sociali su larga scala, proprio come la fine delle “grandi narrative” secondo Lyotard ed il conseguente termine di un’era.

Anche se in questo contesto siamo agli albori dell’esperienza sociale umanistica in termi urbani, già dall’ora si iniziarono ad intravedere come gli aspetti sociali fossero parte importante delle relazioni e del degrado di questo complesso, decaduto del crimine e della disparità durante gli anni sessanta. E’ un qualcosa che dal punto di vista dell’essere umano trova spunto dalla sua natura, e dai suoi successi ottenuti dai suoi innumerevoli fallimenti dagli svariati costi che si antepongono al suo progresso.

Anno 1971 punto di riferimento culturale e perno tra due periodi

Questa data che evidenzia l’anno 1971 come punto di riferimento culturale e come perno tra due periodi, risuona iniziando un nuovo periodo su tutti i fronti. Dal punto di vista artistico: addio ai tradizionali affreschi sui muri, addio alle tele ed alle ceramiche, addio alla pittura ed allo sforzo dell’artista nella sua meritocrazia del duro lavoro; dal punto di vista politico: lotta di classe, diritti civili, disobbedienza. Tutto scompare per riproporsi ad oggi con un set di contenuti pre-masticati che favoriscono l’età dell’informazione, di internet, e di tutto quello che essa comporta a non fermarsi a riflettere sulle questioni più importanti che avvolgono la società, poiché riceviamo pensieri già fermentati e pronti al consumo.

Demolizione del Ponte Morandi

Il riferimento che connette questo importante passaggio da ieri ad oggi si identifica con la demolizione del Ponte Morandi di Genova crollato il 14 agosto 2018, costando la vita di 43 persone, in un incidente storico composto da paralleli storici di disattenzione sociale e da sfruttamento economico del territorio. Ecco che il 28 giugno 2019 questo ponte viene demolito una volta per tutte dai geni dell’esercito italiano per fare spazio al nuovo. Proprio come accadde nel 1971 a St Louis iniziando un nuovo capitolo per molte persone ed anche per il territorio. Solo con le catastrofi ci si accorge dei danni subiti, quelli fatti, e cosa è necessario fare per il futuro.

Il potere delle demolizioni

Il potere delle demolizioni si ritrova nella società come un metodo di brusche proporzioni per dimostrare certe condizioni sociali. Il Ponte Morandi ha rappresentato nel 20esimo secolo italiano il potenziale di modernità architettonica connettendo luoghi distanti e geograficamente sconnessi, ma allo stesso tempo fallì la sua missione proprio come il complesso Pruitt Igoe verso i propri cittadini: non basta una progetto su carta per contenere gli aspetti della società e le sue improvvise ubicazioni. Dopo disgrazie di questa grandezza si viene a creare un contesto ideologico totalmente nuovo, portando forti cambiamenti i quali mutano le masse ed i loro luoghi.

Letteralmente sotto un ponte. Una della foto di Michele Guyot Bourg scattate a Genova sotto il Ponte Morandi. [Michele Guyot Bourg]

Vivere sotto un ponte

Vivere sotto un ponte ha da sempre significato la povertà di una persona, costretta a ripararsi in quei posti isolati e nefasti dagli elementi della natura in mancanza di un luogo migliore. Eppure centinaia di persone erano regolarmente residenti da decenni in palazzi proprio sotto il Ponte Morandi fino a sfiorarne la struttura. Che sia sorto il ponte prima dei palazzi, o viceversa, non ha importanza. Si è legittimato un vile modo di segregare persone in difficoltà nel nome dell’architettura sperimentale della seconda metà del 20esimo secolo.

Lo scenario che si presenta è quasi fantascientifico, distopico, degno di appartenere alle cronache orwelliane che ci avvisarono dei danni di un futuro senza umanità e con troppi labirinti. Il disagio creato dall’urbanistica selvaggia si è riversato il momento il ponte di Genova non resse più, culminando lo stato declinato in cui la città da troppo tempo è rimasta inerme assieme ai suoi cittadini. Lo dimostrò negli anni ottanta Michele Guyot Bourg con un progetto fotografico dedicato alla spaventosa relazione tra le persone ed il traffico, dove mezzi pesanti ed abitazioni coesistono – ancora oggi – a pochi metri l’un dall’altro tra smog ed il pericolo di un’altra catastrofe.

Cementificazione ovunque

Ma la Liguria con le sue città costiere ed i suoi paesi arroccati sulle colline che volgono lo sguardo verso il Tirreno, hanno ampliato la propria superficie cementificando ovunque la mala politica lo ha permesso, con l’eventuale conseguenza della diminuzione di zone verdi e la formazione di fenomeni di smottamento a causa delle piogge per la mancanza di zone boschive adibite a trattenere le acque piovane. Ed è qui che lungo la costiera la città di Genova si estende con grovigli autostradali, i quali sembrano sfidare la gravità, un traffico importante diventato il bivio per il nord Italia o per la Francia con quel tratto della sopraelevata dell’Aurelia che sbarra la vista a troppi palazzi della zona portuale.

Un nuovo ponte

Del territorio sappiamo ora che verrà modificato con la creazione di un nuovo ponte sviluppato dall’architetto genovese Renzo Piano, con un progetto più snello e meno invadente dal punto di vista del design ed estetico all’occhio del pubblico; sarà per la maggior parte in acciaio abbandonando il modello cementizio ad armatura che caratterizzò il periodo di rinascita edilizia negli anni del Boom Economico del paese.

Resta comunque l’incognita che da decenni persiste in Liguria – specialmente a Genova – sul da farsi nei confronti della viabilità affaticata da una geografia che non permette lo scorrimento adeguato dei volumi di traffico di oggi. Eppure questa porzione dell’Italia è un punto nevralgico del turismo e del commercio per l’ubicazione strategica del territorio. Non solo autostrade ma anche ferrovie e principalmente le rotte via mare assieme ai cantieri navali grandi e piccoli.

Il possibile progetto di Renzo Piano punta a rendere il nuovo ponte più snello ed esteticamente meno invadente all’occhio. [Domus.it]

Conclusioni

Costruire in questa area del paese non è più possibile, almeno secondo i caratteri di un’edilizia eco-sostenibile e non speculativa, poiché la topografia ligure non lo permette e ci si trova a dover vagliare alternative al traffico su ruote per poter salvaguardare non solo l’ambiente, ma anche i cittadini in primis. Quali alternative possiamo considerare? Le linee di trasporto via mare sono uniche nella loro fattispecie assieme a quelle su rotaia per la loro mole progettuale, di investimenti, performance. Per diminuire il traffico di persone e merci, rendendo più sicure le strade e meno inquinate, è forse ora di rivedere le nostre posizioni sull’Alta Velocità e sul progetto della tratta Torino-Lione per smarcare dal pesante traffico le vecchie rotte da e per i confini.

Il caos della gestione e concessione autostrade è in uno stato confusionale da quasi un anno. Rammarica sapere ci è voluta una tragedia come quella del Morandi per fare una radiografia al sistema di gestione delle infrastrutture extraurbane, per capire quanto fumo negli occhi è stato gettato fino ad ora verso il Governo e verso i cittadini italiani. Forse per effettivamente voltare pagina è necessario adottare misure drastiche per poter andare avanti con serietà, oltre che con serenità, ecco che far rinascere dalle ceneri Autostrade SPA nazionalizzandola in parte potrebbe ripristinare un controllo diretto nella gestione di questo enorme demanio territoriale. Ma per questo sarebbe necessario demolire un sistema vecchio ed opulente di sprechi e corruzione inaugurando una nuova era.

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