Il 10 ottobre 1950 venne sancita la più grande vittoria delle popolazioni marsicane dopo decenni di dure lotte, sofferenze e sacrifici. La vittoria sul Principe Torlonia. La terra dei principi saccheggiatori era stata finalmente liberata dai temerari contadini marsi.

  

Era inevitabile che ad un certo punto della storia il principe diventasse un pupazzo. D’altronde, proprio la storia ci insegna che ogni dittatura (così come ogni tiranno) alla fine termina con un sovvertimento del potere. E così colui dal quale tutto è dipeso fino a quel momento, si trasforma in un fantoccio da deridere e sul quale riversare con foga quel sentimento che pervade l’anima quando ad un certo punto inizi a sentirti libero dopo anni e anni di dispotismo. Ed è un sentimento quello, difficile da denominare e da descrivere. Forse impossibile.

L’aumento dell’affitto degli appezzamenti

   Ad ogni modo, tutto ebbe inizio quando Torlonia, amico di Mussolini, quindi sempre più vicino agli ideali fascisti, pur di rafforzare la sua triade di potere (costituita dalla terra, dalla banca e dallo zuccherificio), decise di aumentare il canone di affitto delle terre. Così, il 10 agosto 1929, il ministro dell’agricoltura d’allora promosse l’emanazione del cosiddetto Lodo Bottai, (dal nome dello stesso), nel quale si legiferava l’aumento dell’affitto degli appezzamenti del 20%, l’impegno di pagamento in bietole tramite estaglio e l’impegno di pagamento in denaro nel caso in cui non fosse stato possibile pagare in bietole.

   A questo punto però i contadini, stanchi e stremati da anni di sottomissione alle angherie e ai soprusi di Torlonia, iniziarono a mostrare tutta la loro insofferenza nei confronti dell’occupazione e della tirannia del principe, e a rivendicare così le loro libertà e il loro diritto di proprietà sulle terre del Fucino. 

Dal 1944 cominciarono a organizzarsi in associazioni sindacali e a manifestare nei cortei, nei comizi e nelle proteste di piazza. Dai loro slogan di rivolta traspariva tutta la volontà di lottare con la forza delle braccia e della parola, senza quindi dover ricorrere al sangue e alla violenza: “terra e non guerra”, “terra e pace sia la bandiera di lotta delle masse del Fucino”, “via Torlonia dal Fucino: lavoro per tutti i braccianti” erano le loro grida di rivolta.

Manifestazione contadina contro i Torlonia presso Ortucchio. (Fonte-Wikipedia)

Lista di Rivendicazioni

    Nel 1947 la CGIL promosse la Lista di Rivendicazioni richieste da tutti i fittavoli del Fucino, con la quale si chiedeva (tra le altre cose) la riduzione dell’estaglio e la nuova classificazione dei terreni, la rinuncia agli sfratti e agli arretrati, l’abolizione dell’obbligo di coltivazione delle bietole, il diritto di utilizzazione dell’erba, dei fossi e dell’acqua per l’irrigazione e la sistemazione idraulica e stradale, utilizzando manodopera disoccupata.

   Nacquero quindi diverse associazioni, dalle leghe contadine ai comitati di difesa degli affittuari del Fucino, le quali promossero molteplici iniziative; ricordiamo tra tutte lo sciopero a rovescio, prima grande iniziativa di rivolta che vedeva braccianti e fittavoli scendere in lotta, (lotta di gran lunga differente da quella che siamo abituati a pensare), contro la casa d’eccellenza. Dunque, il 6 febbraio 1950, duemila braccianti, tremila piccoli affittuari e oltre dodicimila persone tra donne, uomini, disoccupati e anziani dettero inizio, contro la volontà dell’amministrazione, a lavori di ristrutturazione delle strade del Fucino, di risistemazione della rete idrica e di pulizia dei canali.

 

Donne della Marsica

   Un ruolo fondamentale in questa storia lo ebbero le donne, le quali offrirono il loro sostegno anche tramite le associazioni che avevano costituito, come quella delle donne della Marsica. E furono proprio le molte organizzazioni e associazioni che iniziarono a ledere sempre più la sicurezza di Torlonia. Nella notte tra il 13 e il 14 febbraio 1950 infatti, i rappresentanti della Prefettura e della Questura dell’Aquila, insieme ai rappresentanti dei lavoratori e del principe Torlonia, furono costretti a firmare una tregua che prevedeva il pagamento di tutti i lavori eseguiti dai braccianti durante lo sciopero a rovescio, l’impegno da parte di Torlonia ad assumere, per i sei giorni di tregua concordati, millecinquecento braccianti per la prosecuzione dei lavori e il ritiro dei reparti della Celere e dei Carabinieri da tutte le zone della piana del Fucino.

   Quando Torlonia, il giorno seguente, venne meno all’accordo, la lotta riprese. In una delle manifestazioni vennero uccisi, dalle forze fasciste e dai carabinieri, due contadini, Agostino Paris e Antonio Berardicurti. Era il 30 aprile 1950. Da questo momento in tutti i cortei, vissuti con ancora maggiore veemenza, venivano ricordati i due contadini uccisi e veniva fatta loro la promessa dicontinuare la lotta per la pace, per il lavoro e per la terra nel vostro nome. E ancora: “per la rinascita e per il progresso della Marsica, via Torlonia dal Fucino”.

La festa della pupazza

   Comparve per la prima volta, proprio in questo periodo, una delle feste padronali più salde in tutta la Marsica, ancora oggi tramandata e celebrata, la festa della pupazza. Nella pupazza, vestita come una principessa e ornata da una notabile corona, i contadini del Fucino avevano simbolicamente riposto tutto il senso della loro lotta. Questa infatti, cinta da una fascia sulla quale si leggeva “proprietà fondiaria di Torlonia“, portata in corteo fino alla piazza veniva condannata al rogo. La pupazza incarnava dunque, per i contadini, il simbolo della fine del potere dei Torlonia.

   Il principe, divenuto pupazzo dei contadini, perse dunque la sua battaglia e con essa la supremazia e il potere. Il 10 ottobre 1950 un decreto del Consiglio dei Ministri approvava l’atto giuridico che sanciva la più grande vittoria delle popolazioni marsicane dopo decenni di dure lotte, sofferenze e sacrifici. La vittoria sul Principe Torlonia. La terra dei principi saccheggiatori era stata finalmente liberata dai temerari contadini marsi.

   La legge Stralcio di Riforma Agraria, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale nel marzo 1951, chiudeva definitivamente un lungo periodo di lotte e sofferenze, sancendo il totale diritto di proprietà delle terre ai contadini. Le terre emerse divennero dunque proprietà di tutti, così come lo era stata negli anni l’acqua del lago, ormai lontano nel tempo ma mai dimenticato. La Marsica iniziò, ancora una volta, una nuova vita all’insegna del lavoro, del progresso e del saldo ricordo della sua storia, recente e passata. 

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